Mario Dondero compie 80 anni!
A Mario Dondero viene oggi consegnata una Laurea Honoris Causa presso l'Accademia di Belle Arti di Macerata!
Auguri Mario!Compleanno da fotografaredi
Danilo di Marco
Mario Dondero è uno dei fondatori del fotogiornalismo italiano, una delle ultimissime memorie storiche di questi nostri 60 anni di politica e cultura, ma anche cantore della vita della gente. Per chi lo incontra senza conoscere la sua data di nascita, per l'energia che sprigiona potrebbe sembrare un ragazzo, solo un po' in là con l'età . Poi, quando comincia a raccontare da esperto istrione che conosce l'arte della fascinazione e della cattura, si scopre che arriva da lontano.
Partigiano ancora giovanissimo nella Brigata Cesare Battisti nell'aprile del '45 scende dai monti e decide che la sua strada dovrà essere quella del giornalismo. Comincia a fare cronaca, anche quella nera, ma intuisce subito che per essere incisivi nel raccontare mancava qualcosa. Quel qualcosa era la macchina fotografica. Si accampa a Milano condividendo uno spazio, ma anche un solo paio di scarpe buone, con Ugo Mulas. Se la sera uno dei due doveva uscire per qualche occasione mondana, l'altro era costretto a restare in casa. È così che i due diventano i protagonisti del libro di Luciano Bianciardi La vita agra. Da veri scapigliati non poche volte sono stati costretti a sacrificare, momentaneamente, la macchina fotografica al Monte dei Pegni e con quel denaro portare a sviluppare in tutta fretta le fotografie per consegnarle in tempo ai giornali. Poi, ricevuto il pagamento, di corsa a recuperare il prezioso oggetto. Assieme frequentano il Giamaica, mitico bar di Brera dove più volte troveranno chi li aiuterà a «sfamarsi». A quei tempi, al Giamaica, si davano appuntamento gli artisti, gli scrittori, i giornalisti e i fotografi più importanti della Milano degli anni '50. Da Piero Manzoni a Camilla Cederna, da Alfa Castaldi a Enrico Castellani, per citarne solo alcuni. Sarà proprio Dondero a convincere Mulas a scattare le prime fotografie, ancora prima di diventare lui stesso fotografo. Mulas divenne nel giro di pochi anni il fotografo di successo che tutti conosciamo, mentre il suo «maestro», Dondero, rimarrà ai margini della nascente notorietà modaiola. «Per me fotografare - dice Dondero - non è mai stato l'interesse principale, a me sono sempre interessate le relazioni umane. Le persone mi interessano perché esistono e non solo per il piacere di fotografarle». Dondero lascia le parole scritte e comincia a raccontare con le fotografie quando entra nella rivista di fotogiornalismo Le ore. Poi con Il politecnico di Vittorini, con Il mondo di Pannunzio, con L'illustrazione italiana. Nel 1954 si trasferisce a Parigi e inizia a collaborare con Le monde, Le nouvel observateur, Jeune Afrique. Parigi diventerà la città amata da dove partirà per i suoi viaggi per i quarant'anni che verranno. Fotografa a modo suo Samuel Beckett e tutto il gruppo degli scrittori di quella che poi fu chiamata la corrente del Nouveau roman. Senza quella fotografia, secondo Alain Robbe-Grillet, non ci sarebbe stato il Nouveau roman. Poi Althusser, Francis Bacon... Accompagna Pasolini sulla scena durante i suoi film e lo fotografa in casa con la madre. Vola nel Vietnam in guerra e nella Grecia della dittatura militare. Al processo Panagulis viene arrestato. A Cuba è di casa. Se arrivi in un villaggio dell'Africa nera, non ti devi sorprendere se qualcuno notando la macchina fotografica che porti sul braccio ti si avvicina e ti chiede, sorridendo, se per caso conosci un certo Mario Dondero. Dove passa lascia il segno. E il suo segno è quello dell'uomo che fa sentire a suo agio chiunque, impegnando il suo simile in una impresa che oggi potrebbe sembrare ardua: quella semplicemente dell'essere al mondo. È l'essenzialità , l'umiltà dell'incontro: la sua grandezza è questa. Dondero è un agitatore instancabile di umanità . Ho sempre pensato a Dondero come al Doganiere Rousseau della fotografia, il celebre ora, ma in vita dimenticato, pittore francese ingenuamente colto. Nelle sue fotografie gli orizzonti sono obliqui, sbilenchi, come potrebbe fotografarli un bambino o dipingerli uno dei pittori «primitivi» di Lionello Venturi. Se il Doganiere Rousseau fu «un allegorico costruttore di miti primordiali» e non un pittore naïf, nella libera semplicità /sostanza della fotografia di Dondero, ritroviamo quello spessore conoscitivo che lo ho fatto diventare e lo fa essere cantore di un'epopea del quotidiano. Un cantore, e Mario lo sa, non deve e non può affinare solamente la tecnica per diventare così un abile artigiano che pur sapendo tutto del mondo finge di non conoscerlo e passa all'incasso. Ecco perché Mario, al di là di brevissime collaborazioni, non ha mai cercato l'indirizzo di un gallerista o di un'agenzia fotografica per preparare la sua carriera e la sicurezza economica. Un cantore è anche sognatore, e un sognatore, che per di più in questo caso è anche un viaggiatore dotato di tante mappe umane, esplora tutto instancabilmente, per ritrovarsi poi sempre al punto di partenza. Mi pare chiaro quindi che in tempi di marketing sfrenato dove non c'è posto per il mistero dell'idea, ma solo preoccupazione di passare all'incasso, per molti mediatori-manager dell'immagine fotografica, produttori instancabili di libri e riciclaggio di grandi mostre, le fotografie di Dondero fanno sorridere. Sono foto «sbagliate». Seguaci di una cultura aziendale che pensa solo a rendimenti rapidi e sicuri, come se piazzare fotografie fosse vendere calzini o mutande, incapaci di ascoltare il mondo, non sono in grado di capire che Dondero non scatta solo una fotografia, come quando dal finestrino del treno fotografa un tramonto...Non assiepa, come dice lui, gli amici appena conosciuti in una brasserie di Montmartre perché vuole fare tante belle foto...Non ferma una persona per strada solo perché qualcosa di quella persona lo ha incuriosito... Non scatta una foto all'esterno della sede del Genoa club nei quatieri popolari di Genova perché ne è tifoso. Certo, anche tutto questo: ma prima ancora lui fissa con la macchina fotografica una sua visione della natura, della vita, del mondo. Dondero il mondo lo vede così. O meglio: lo vorrebbe così. Il suo sguardo riordina il visibile attraverso l'esperienza umana. Con un'irriducibile necessità di fratellanza, eredità sicura della sua giovanissima lotta partigiana. E da quell'esperienza non solo mai dimenticata, ma portata con sé fino a oggi, esperienza rinverdita continuamente dal vigore quotidiano e dalla parola affabulatoria, è scaturita un'essenziale e necessaria forma poetica di resistenza. Ecco allora che la sua vecchia macchina fotografica, troppe volte ricomperata perché donata al primo che gli stava simpatico, diventa solo il medium per poetare. Si tratta di svelare quella che Kant chiamava «arte nascosta» nelle pieghe più profonde dell'animo umano. Si tratta semplicemente di fotografare l'utile certezza della nostra fragilità . Anche per questo le sue fotografie non vanno solo viste ma ascoltate, quasi toccate, come lui ama fare quando parla con qualcuno, afferrandolo insistentemente con forza e tenerezza all'altezza del gomito. Mentre la sua voce suadente e pastosa agita lo spirito e seduce il corpo e i suoi racconti si srotolano rassicuranti, scopriamo che le cose dell'esistenza sono sempre lì, pronte a sorprenderci e ci accorgiamo che qualsiasi dettaglio, improvvisamente, può cambiarci la vita. Con Dondero a fianco è come rivivere una proiezione dei primissimi film muti, che avevano necessità dell'accompagnamento di buona musica per «rendere il visibile», impregnando l'atmosfera d'incanto e seduzione. Dondero insiste nel co-stringerci a guardare di nuovo il mondo e a abitare lo spazio della vita dell'uomo nella sua essenziale semplicità : l'arte come forma di vita.
È di questa avventura umana, di questa «sostanza della verità » a cui ci si può avvicinare cercando di essere «leali, franchi e generosi», che con la sua fotografia ha sempre voluto parlarci. Eccolo Mario, sulla soglia, ancora oggi che compie 80 anni, all'improvviso e inaspettato come piace a lui. E come accade all'angelo necessario di W. Stevens pare dire: «Sono uno come voi, e ciò che sono e so/per me come per voi è la stessa cosa». Perché per Mario solo la poesia può rappresentare le contraddizioni senza risolverle concettualmente, perché solo dietro le cose così come sono c'è la potenzialità di un'altra realtà , che preme per venire alla luce.
da
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