13 maggio 1978: il Parlamento italiano vota la legge quadro 180, conosciuta anche come Legge Basaglia. Nel nostro paese cambia la psichiatria: si chiudono poco a poco i manicomi e nasce una nuova idea di salute mentale, da faccenda di pubblica sicurezza a questione medica e sociale.
Per ricordare questa grande conquista di civilta', nei prossimi giorni pubblicheremo interventi e testimonianze di chi e' stato in qualche modo protagonista di quelle vicende.
Cominciamo con una lettera di Anna Maria Tentella, maestra adorata dai suoi bambini e viaggiatrice curiosa, che ci racconta della sua esperienza di volontaria al centro di salute mentale di Trieste.A Trieste un anno prima della 180Mi ero appena laureata in psicologia a Padova e decisi di andare a Trieste a fare tirocinio. Era la primavera del 1977. A Padova l'universit ribolliva di sogni pi o meno possibili generando vari movimenti politici.
Anche Trieste ribolliva di sogni e quello che forse mi sorprese di pi arrivando al San Giovanni, l'ex manicomio dove i cancelli erano ormai da tempo aperti sulla citt, era la sensazione di trovarmi finalmente di fronte ad un sogno diventato realt. Gli ex internati vivevano gi quasi tutti fuori ed erano tornati ad essere delle persone che potevano aspirare ad una vita dignitosa; quei pochi che ancora vivevano al San Giovanni trascorrevano il tempo in vari modi, come se tutto l'isolamento e la violenza subita precedentemente facessero parte di un terribile incubo ormai finito.
Nell'area cittadina e nei territori della provincia erano gi attivi i Centri di Salute Mentale, dove psichiatri ed infermieri si stavano inventando un nuovo modo di lavorare in compagnia degli utenti del servizio e dei volontari che arrivavano numerosi, anche da altre nazioni, desiderosi di conoscere da vicino una realt che da tempo aveva grande risonanza.
Io trascorsi tre mesi nel centro di Muggia, paese di confine con la ex Jugoslavia, in contatto con tutto ci che accadeva al San Giovanni o negli altri Centri.
Tutti noi laureati o studenti di psicologia conoscevamo il pensiero di Franco Basaglia, avevamo letto e discusso quanto aveva scritto nei suoi libri ed avevamo messo fortemente in crisi il ruolo tecnico che la societ intendeva assegnarci. Io a Muggia non vidi mai Franco Basaglia, lo vidi passare qualche volta al San Giovanni, ma credo che la sua presenza fosse reale ovunque, perch il suo pensiero era tangibile, visibile e credibile.
Nel Centro di Muggia pi che una tirocinante, nel senso che si d generalmente a tale termine, mi ritrovai ad essere una sorta di amica di tutti coloro che trascorrevano il giorno e, se necessario, la notte al Centro, dove non esistevano n ambulatori n camici bianchi e nessun operatore era alla ricerca di nuove tecniche. I ruoli istituzionali erano di fatto rifiutati, almeno nella gestione della quotidianit, e noi volontari, come afferma una volta uno psichiatra generando in me infinite riflessioni, portavamo un contributo insostituibile al definitivo superamento della logica istituzionale, proprio perch eravamo elementi totalmente esterni all'istituzione. Di fatto l'importante era essere, non avere; essere persone, non avere ruoli .Questi ultimi erano realmente scardinati, non ingabbiavano più né utenti, né infermieri, né psichiatri e tutti potevano relazionarsi prima di tutto in quanto persone. All'interno del Centro gli psichiatri e gli infermieri si potevano tranquillamente confondere con gli utenti, quando questi non si distinguevano per l'aspetto diverso generato in loro dall'istituzionalizzazione precedente o dalla sofferenza, spesso incancrenitasi negli anni.
E' proprio questa negazione dei ruoli e delle specifiche competenze degli stessi psichiatri che ha spesso generato critiche al lavoro di Franco Basaglia . Anche qualche giorno fa ho sentito alla terza rete radio Giovanni Jervis, psichiatra che fu a Gorizia suo collaboratore, parlare dei disastri generati proprio dalla negazione delle competenze. Io posso solo affermare che, vivendola dal di dentro, almeno nel periodo di cui sto raccontando, si poteva solo rilevare l' efficacia di questa negazione per una nuova gestione dei problemi della psichiatria e per la realizzazione di nuovi progetti di vita delle persone in essa coinvolte. Basaglia non negava certo l'esistenza della malattia mentale, ma la interpretava anche dal punto di vista storico-filosofico e, nel contesto in cui operava, la metteva tra parentesi per potersi relazionare con la persona e la sua storia (ed anche con i suoi sintomi); solo così l'esperienza della malattia mentale poteva cessare di essere totalizzante e permettere una lucida visione dei problemi ad essa connessi (nel contesto attuale forse Basaglia avrebbe individuato con chiarezza quali meccanismi impediscono la creazione di una adeguata rete di servizi e magari si sarebbe battuto perché specifiche competenze, sempre più attive negli ambulatori privati, diventassero soprattutto patrimonio dei servizi pubblici).
A Muggia ero in un Centro di Salute Mentale, ma l'idea che mi sovviene ora ripensandovi è quella di un luogo sì insolito, dove però, come in tutte le vite normali, prima di tutto si voleva “vivere”. Si cercava di rispondere a vari bisogni attraverso visite domiciliari o altri interventi, svolti nel territorio o all'interno del Centro, ma qui la vita scorreva in tanti altri momenti di vita “normale”: si chiacchierava, si discuteva, si andava a passeggio per il paese, si mangiava insieme, si vivevano momenti ricreativi. Era necessario restituire la propria vita a chi ne era stato violentemente privato, valorizzare la dignità umana di chi si rivolgeva al Centro a causa della propria sofferenza psichica e soprattutto progettare possibili alternative di vita.
Così, circa un anno dopo, mi sembrò quasi “naturale” che nel maggio 1978 venisse approvata la Legge 180, stabilendo la chiusura dei manicomi ed una nuova gestione della salute o della malattia mentale
Dopo l'esperienza di Trieste io ho lavorato come psicologa solo per qualche anno.
Successivamente ho iniziato la mia esperienza (che ancora continua) di maestra nella scuola elementare. Credo che la 180, pur non essendo perfetta, sia una legge da difendere e senz'altro da attuare meglio per rispondere efficacemente alle esigenze dei malati mentali e delle loro famiglie. Proprio perché attualmente non sono un'addetta ai lavori credo sia importante anche riflettere sul fatto che che le problematiche connesse con la salute mentale riguardano l'intera collettività, dato che, come afferma la sociologa Maria Grazia Giannichedda, stretta collaboratrice di Franco Basaglia, “il malato mentale non richiede una risposta ad un bisogno circoscritto e separabile dalla sua vita, ma anzi i suoi bisogni sono tanto più complessi e variegati quanto meno efficace è stata, in altri luoghi ed istituzioni, la risposta ai suoi bisogni nella sua vita”.
di Annamaria Tentella
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