Il bambino che sognava la fine del mondo

notes.pngSull'ultimo romanzo di Antonio Scurati

dalla recensione di Walter Siti

"...il ritratto di una società dove la paura socialmente instillata non produce regole di convivenza ma reazioni di fuga e di aggressività selvaggia.... .....il bisogno di tenersi stretti all’angoscia come sola residua testimonianza d’assoluto (con una cadenza inequivocabilmente leopardiana): «se nessun mostro ci attende in fondo al corridoio, allora la vita è solo una bugia»"

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La recensione completa di Walter Siti

La vicenda si svolge a Bergamo e ha al centro un caso di presunta violenza pedofila: vittime ne sarebbero i piccoli allievi della scuola materna “Rodari”, infernali esecutori due maestre nostrane (forse lesbiche), una donna di colore e un prete ben noto in città – quasi un sommario dei peggiori fantasmi che hanno popolato la cronaca degli ultimi anni. Con abilità di pasticheur, Scurati combina varie storie realmente accadute, dal tragico teatro di Rignano Flaminio agli shoccanti episodi che hanno sconvolto il Belgio; Bergamo diventa l’emblema del Male che sovrasta la tranquilla provincia italiana. Scurati usa materiali extra-letterari: statistiche, articoli di giornale (in parte veri in parte ritoccati), cita pezze d’appoggio con nomi e cognomi, da Massimo Gramellini a Enrico Mentana. Eppure il lettore un po’ avvertito lo sa, che nulla è successo a Bergamo: sia perché non ricorda nessuna grancassa mediatica, sia proprio perché legge in filigrana altri episodi, delitti accaduti altrove. Sono quasi sicuro che Antonio Scurati, con questo romanzo che è da oggi in libreria (Il bambino che sognava la fine del mondo, Bompiani, pp.295), ci ha dato il suo libro migliore.

Ma perché tanto dispiegamento di effetti di reale, se Scurati non cerca la credulità del lettore? Per due ragioni, direi: la prima è dimostrare come sia facile inventare uno scenario d’orrore, dato che tutti ormai ne abbiamo in mano gli elementi; la seconda è spostare insensibilmente la scrittura da un realismo ingenuo (che si illude di riprodurre la realtà) a un iper-realismo, o trompe-l’oeil, che si pone come obiettivo la superficie traslucida e difettiva della realtà, la sua proiezione fantasmatica e mediaticamente manipolata. Non a caso il protagonista-narratore, alter ego di Scurati, è uno scrittore che recalcitra di fronte al ruolo di giornalista, consapevole di essere lui stesso coinvolto nella deriva che racconta. Anche lui è ormai incapace di passioni forti, pratica “una vita affettiva sul modello della connettività di rete”, ha perduto l’istinto procreativo della specie (anche se un bambino alla fine verrà generato, in un happy end che ha il sapore del dovere più che della speranza).

È qui, nel punto di contatto tra passione intellettuale e coraggio introspettivo, che il libro spreme i suoi succhi più persuasivi; trascinato apparentemente controvoglia ad occuparsi dello scandalo, il protagonista vi scopre invece uno dei nodi profondi del proprio dolore personale. Per flash successivi, affiora un antico sonnambulismo, il sospetto di essere stato lui stesso violentato e, quando il sospetto si dissolve, il resultume amaro della scoperta che la madre avrebbe voluto abortirlo. Da qui nasce la sua astenia, la sua inettitudine a vivere; quando una delle bambine presunte-vittime, in un confronto all’americana, lo indica come molestatore, il protagonista non respinge la calunnia, travolto da un bisogno di colpevolezza.

Il primo livello è quello politico e civile: il ritratto di una società dove la paura socialmente instillata non produce regole di convivenza ma reazioni di fuga e di aggressività selvaggia; dove il grande rimosso dell’Occidente oppressore si rovescia nel delirio persecutorio del barbaro che stupra (e l’incubo della pedofilia si fa metafora della crisi educativa, reduplicata dal “lugubre sfacelo” dell’università). Il secondo livello è quello psicologico, il bisogno di tenersi stretti all’angoscia come sola residua testimonianza d’assoluto (con una cadenza inequivocabilmente leopardiana): «se nessun mostro ci attende in fondo al corridoio, allora la vita è solo una bugia». Merito di Scurati è aver saputo contrappuntare i due livelli, senza cedere alla tentazione del romanzo-pamphlet, indignato e impegnato. La copertina del libro ci mostra uno Scurati-bambino dai grandi occhi indifesi, superiore o inferiore, comunque estraneo al semplice scorrere dei fatti. C’è utopia, c’è disordine, c’è mancanza d’essere; il bambino sogna la fine del mondo ed è quello il vero happy end.

Più che di autofiction, si tratta di una forma sacrificale di conte philosophique: in questo libro Scurati (mi viene in mente il Genna di Dies Irae e di Italia De Profundis) offre il proprio io, come in un rito vudù, perché venga trafitto dagli spilli del presente – anziché immedesimarsi nell’eroe, il lettore deve (attraverso l’eroe) rabbrividire e ragionare su ciò che lo circonda. Mentre nell’autofiction il protagonista diventa creatura d’illusione, qui siamo di fronte a uno straniamento illuminista, che rifiuta la catarsi come menzognera – il protagonista rimane frammentario, volutamente irrisolto, lontano da una leggerezza solo letteraria che forse lo farebbe più compiuto ma certo lo tradirebbe.

da laStampa.it del 18.03.09
Pubblicato Sabato 15 Agosto 2009 - 23:27 (letto 12 volte)
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