Il re bianco di György Dragoman

notes.pngIl diritto di crescere con le giuste opportunità per una maturazione affettiva e cognitiva che rispetti i tempi biologici che la natura c’impone, dovrebbe essere sacrosanto per tutti. La storia, però, c’insegna che questo diritto più volte è stato calpestato a favore di soprusi, violenze e interessi poco nobili. Ancora oggi in molte parti del mondo, ed è triste constatarlo, bambini e ragazzi non godono di condizioni ottimali per una crescita equilibrata. Sono giovani che vivono in condizioni ambientali, economiche e politiche poco favorevoli, ai quali è stata scippata con forza una delle ere più belle della nostra esistenza: l’infanzia. Un libro che conduce alla riflessione su questo aspetto, l’infanzia rubata, è quello dello scrittore ungherese György Dragoman, che per la prima volta si presenta al pubblico di lingua italiana con il romanzo “Il re bianco” (Einaudi); un volume che sta suscitando grande interesse in tutto il mondo, molte sono le traduzioni in corso, e che ci rivela un narratore interessante di cui ancora non si conosce molto.

Dragoman, nato nel 1973 in Romania, vive da una ventina d’anni in Ungheria paese al quale si sente particolarmente legato. Al suo attivo, oltre che a racconti, fiabe e testi per il teatro, ci sono due romanzi: “Il libro della distruzione” (2002), non ancora tradotto in italiano, e “Il re bianco”. Con il primo volume ha ottenuto il Bordy Prize, con il secondo il premio alla memoria di due scrittori ungheresi: Tibor Déry e Sándor Márai. L’attività di György Dragoman nel campo letterario, si completa con quella di traduttore d’autori importanti come Beckett, Joyce o Irvine Welsh.

Il re bianco, a cui fa riferimento il titolo della pubblicazione uscita da Einaudi, altro non è che un pezzo della scacchiera. Un elemento che il dodicenne Dzsátá, protagonista del romanzo, ha sottratto, in maniera drammatica e rocambolesca, ad un ex ambasciatore e che conserva tra le sue poche cose a titolo d’amuleto. La vicenda narrata da Dragoman si svolge in un paese rumeno non meglio identificato al tempo della dittatura di Ceausescu. Si tratta di una descrizione della quotidianità all’interno di un regime totalitario; uno di quei regimi che non permettono, come si diceva in apertura, di poter crescere con le stesse opportunità. Il punto di vista è quello del giovane protagonista che racconta, capitolo dopo capitolo, alcuni episodi della sua esistenza alle prese con mille difficoltà e mille soprusi. Una vita in cui tutto è complesso e in cui niente ti è regalato. Le vicende narrate sono tristi e commoventi, impregnate da una continua oppressione. E’ l’oppressione del regime che dilaga in forme diverse nei comportamenti di tutti i protagonisti.

Lo stile di Dragoman è particolare. La sua scrittura è costituita da un filo continuo che non viene quasi mai spezzato da paragrafi o da una punteggiatura ortodossa, in modo particolare nei discorsi diretti. Un esempio: “… si pulì il coltello sui pantaloni per togliere la polvere di mattone, Guarda cos’hai combinato, disse scuotendo la testa, dovrei spaccarti il muso; non me lo spaccò, si sedette semplicemente accanto a me sulla panchina, Bene, disse, forse adesso non ti metto le mani addosso…”
Uno stile che non concede pause, proprio come senza pause rigeneratrici è la vita del protagonista e dei suoi compagni.

Il racconto inizia con il giovane Dzsátá che ricorda la partenza coatta del padre per un imprecisato impegno di lavoro in un istituto nel quale occorreva urgentemente la sua presenza; un episodio che cambia la vita del ragazzino in modo radicale. Il padre, di fatto arrestato perché oppositore del regime, pone sulle spalle del figliolo una pesante responsabilità: “…mi aveva detto di badare alla mamma, di fare il bravo bambino, perché dato che ora sarei stato io l’uomo di casa avrei dovuto rimboccarmi le maniche…”. Madre e figlio si trovano così in balia degli eventi e di una società spietata e ostile. Anche il nonno paterno, che fu un membro del Partito Comunista, nega il suo appoggio rinnegando il figlio e ripudiando la nuora. Dzsátá comprenderà solo in un secondo tempo che suo padre è stato trasportato in un campo di lavoro forzato, costretto, assieme a migliaia di altri dissidenti, a lavorare per la costruzione di un canale navigabile dal Danubio al Mar Nero.

Il romanzo procede attraverso una serie di episodi legati alla vita del giovane protagonista; episodi nei quali la figura del padre, e la speranza di un suo ritorno, aleggia continuamente fino al triste epilogo in cui madre e figlio toccano con mano l’amara realtà. Ne scaturisce un resoconto di un microcosmo in cui violenza e sopraffazione la fanno da padrone ovunque e in ogni situazione. Tutti, appena possono, mostrano la loro supremazia; anche i deboli, che trovano sempre qualcuno più debole di loro. Ogni azione quotidiana è all’insegna della prepotenza e della violenza verbale e fisica. In ogni ambito, nella scuola, nel lavoro, nei giochi tra bambini i rapporti sono governati da sentimenti oscuri e spesso spietati. La commozione, la solidarietà, l’aiuto reciproco hanno ben poco spazio per esprimersi in un contesto governato da rigide leggi. Tutti, bambini compresi, sono esposti ad un malessere quotidiano che non da tregua e che rende difficoltosa ogni cosa, anche la più semplice. In una situazione di questo tipo occorre diventare grandi in fretta. Bisogna costruirsi le armi interiori per sopravvivere in una giungla maledetta che non lascia respiro alcuno.

Anche un semplice pallone di cuoio può diventare un pretesto di violenza tra ragazzi. Nel capitolo “La guerra”, che per certi versi ricorda il romanzo “I ragazzi della via Pal” dell’ungherese Ferenc Molnar, due fazioni diverse ingaggiano un vero e proprio conflitto, senza esclusione di colpi, per accaparrarsi l’oggetto del contendere. Una guerra vera e propria che come tale basa la sua ragion d’essere su di una triste regola: “devi renderti conto che la guerra non è mai una faccenda di lealtà, la questione è vincere, non essere leali”. In queste parole troviamo l’essenza dell’intero racconto. La vita, in un contesto simile, non può che essere portata avanti che con l’inganno, la violenza e la prevaricazione del più forte sul più debole.

tratto da www.qlibri.it
Pubblicato Venerdi 04 Settembre 2009 - 14:41 (letto 9 volte)
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